...5 marzo Partenza da Usvatovka alle 8,15 diretti a Slobin. La popolazione, gente anziana e ragazzetti, assiste divertita e soddisfatta. Siamo pezzenti, in gran parte disarmati: “Italianskij kaputt” ci gridano alle spalle. La strada è acciottolata. Per la prima volta non pestiamo più neve. Freddo, sole e vento. Dopo venticinque chilometri si arriva a Slobin: la marcia ci è parsa lunghissima. Sistemazione discreta in un gruppo di isbe lungo la ferrovia. In stazione è ferma una tradotta, con sopra l’artiglieria alpina, che non parte mai. Dal comando reggimento richiedono con urgenza le perdite della 46, giorno per giorno, per una relazione della ritirata. A sera, la tradotta dell’artiglieria è ancora ferma in stazione. Che triste sorte, la nostra! Il 30 gennaio, appena fuori dalla sacca, i tedeschi delle retrovie si divertivano a fotografarci. Era quasi come se il nostro disastro fosse una loro vittoria e ci segnavano a dito con disprezzo. Poveri italiani, gente che ha combattuto e sofferto, che nel cuore porta ancora la visione dei compagni caduti e che oggi si vede derisa, segnata a dito come si segnano i vinti che buttano le armi. I reparti organici, rimasti tali fino ad oggi , non hanno buttato le armi: le armi arrugginite molte volte non sparavano, il gelo dei 45 gradi le inchiodava. Abbiamo sofferto la fame, la vera fame, e stanchezza e torture di ogni genere. Ma quando c’è stato da combattere si è combattuto. Gli onesti, i generosi, hanno salvato l’onore del soldato italiano. Gli alti comandi continuano a scandalizzarsi perché molti soldati hanno venduto le armi, materiali e corredo. Ma Dio santo, non capiscono che questa gente ha fame? Date loro da mangiare, e soprattutto non rubate sulle già povere razioni, poi vedrete che lo scandalo cesserà: non dovrete più minacciare con le pene di morte!
8 marzo Il comando della 46 si è trasferito in un’altra isba, in un fabbricato di legno che sembra una villetta. La guerra ha toccato quasi tutte le famiglie russe. Sovente, squallide fotografie appese ai muri ricordano i nuclei famigliari ora dispersi. Per i giovani, uomini e donne, non esiste altra scelta: vendersi ai tedeschi o finire in Germania. Anche nella nostra isba c’è una famiglia incompleta: un vecchio con due nipotini. Il vecchio ha un atteggiamento riservato, di distacco, forse ci odia, ma non quanto odia i tedeschi. Una sera che si cantava, i due bambini arrivarono fin sull’uscio della nostra stanza. Ma il nonno venne subito a riprenderseli. Parlai al vecchio, volevo che sentissero le nostre canzoni. Insistemmo tutti assieme e i bambini già speravano che il nonno si convincesse. Dopo un attimo, nella stanza accanto, il vecchio e i due nipotini cantavano per noi Stenka Razin, una canzone russa, quasi uguale ad una nostra canzone alpina!
9 marzo Alle 9 adunata del Tirano e lettura degli ordini del giorno del duce e del comando d’armata. Come sempre, Zaccardo non ha peli sulla lingua: di fronte a tutto il battaglione ricorda le cause della tragedia, della ritirata. Parla da galantuomo, dice chiaro e netto che certi ordini del giorno, con le migliaia di morti, congelati, dispersi, sono inutili. “E’ un insulto per i nostri morti parlare ancora di alleanza con i tedeschi: dopo la ritirata i tedeschi sono nostri nemici, più che nella guerra del ’15. Parole semplici, che commuovono. Zaccardo è un coraggioso, con gli alpini è sempre sincero, da molto tempo voleva parlare così. Giornata di sole, ma fredda. Pare che la tradotta dell’artiglieria alpina sia partita. Si dice che stiano caricando il Morbegno. Ogni compagnia dovrà compilare dei “verbali consistenza materiali”. Presto fatto: qualche fucile, che buffetterie, ventidue coperte da campo. Corre voce che in Italia, dopo il periodo contumaciale, ci manderanno in licenza. Rientreremo, poi, ai relativi centri di mobilitazione. L’ordine del giorno di Gariboldi insiste nel dire: “Ricordare e raccontare”! Del corpo d’armata alpino i superstiti sarebbero venticinquemila. Credo che in Italia non conoscano che una minima parte della nostra tragedia. Oggi altre sigarette; ma le sigarette non si mangiano. Le razioni viveri sono sempre scarse. Se si tiene conto che i signori dei comandi continuano a “ zabralare” abbondantemente sulle razioni truppa, si può facilmente indovinare che razza di . . . Supernutrimento stiamo facendo! Da ieri, per ordine del comando reggimento, una corvée di quindici alpini per compagnia rompe il ghiaccio al passaggio a livello. La corvée di battaglione è comandata da un ufficiale subalterno, quella di reggimento da un capitano. Il tutto, è a sua volta, comandato da un caporale tedesco. Gli alpini, più o meno congelati, lavorano a fianco dei civili ucraini. I tedeschi, belli, grassi, paffuti, guardano e comandano: ci trattano come pezze da piedi, perché siamo gente che pieghiamo la schiena appena alzano la voce. Stanotte bombardamento su Gomel.
10 marzo Alle ore 12 adunata, a sorpresa, di tutto il reggimento, con armi e bagagli, come se si partisse. Scopo: tentare il recupero degli oggetti razziati sulle salme degli ufficiali e dei soldati. Rivista accurata, uomo per uomo, svuotando le tasche, gli zaini, gli involti, ma non salta fuori nulla. Sarebbe opportuno che gli alpini facessero un’analoga rivista nelle cassette d’ordinanza che alcuni ufficiali dei comandi sono riusciti a salvare anche da un disastro come quello della ritirata, e nelle varie casse che stanno collezionando: troverebbero le loro razioni di sigarette, di caffè, di tè, ecc. Dalle 16 alle 17, adunata degli ufficiali della Tridentina per la . . . Cerimonia Manaresi. Il tenente colonnello “pancetta”, infagottato nella divisa da . . . Guerra, fa il suo bravo discorso lascia il tempo che trova. Girano il “Film luce”, fotografie, pubblicità da buon prezzo. È l’inizio di una serie di pagliacciate delle quali saremo spettatori e, involontariamente, attori secondari. Abbracci alla “vecio”, roba da 10° alpini. Il colonnello più anziano presenta la forza al tenente colonnello Manaresi e tutti scattano sull’attenti. Il maggiore Zaccardo, insofferente di questa inversione gerarchica, bofonchia. “Ricordare e raccontare”, le parole d’ordine del duce e, quello che più conta, le mele del duce.
Cialtroni! Più nessuno crede alle vostre falsità, ci fate schifo: così la pensano i superstiti dell’immensa tragedia che avete voluto. Le vostre tronfie parole vuote non sono che l’ultimo insulto ai nostri morti. Raccontatela a chi la pensa come voi: chi ha fatto la ritirata non crede più ai gradi e vi dice: “Mai tardi. . . A farvi fuori ! “Nuto Revelli
Mai Tardi (1946)
http://www.iltirano.org/racconti.asp?id=39ONCE WERE SPARTANS
1/9/2006 - 30/4/2009
Io C'ero...
